Piazza grande

Sì, Piazza Grande. Migliaia di persone riunite a Roma e Milano per protestare, con assoluta civiltà e senso della misura, contro questa chiusura dei negozi di gioco che sembra non finire più. La lezione di civiltà che piccoli imprenditori e lavoratori del settore hanno dato il 18 febbraio scorso a Roma e Milano resterà scritta nelle prime pagine del ‘new deal’ firmato da Mario Draghi, nella speranza che quei gilet gialli, quelle voci, quello schiocco di nacchere, rimbalzato tra Roma e Milano, possano essere affresco e colonna sonora di una presa di coscienza netta, definitiva. E cioè, che la riapertura delle sale e dei negozi – pur con tutte le stringenti misure anti Covid – è assolutamente necessaria per la sopravvivenza di decine di migliaia di famiglie e centinaia di migliaia di lavoratori. La Piazza Grande lo ha detto chiaramente intonando una sorta di canto della sopravvivenza. Lo ha fatto con la dignità, la civiltà e il rispetto delle regole che contraddistinguono gli operatori del gioco pubblico e legale. Lo ha fatto per dire, ancora una volta: «Ci siamo anche noi». Lo ha fatto per avere una risposta ai mille perché di una situazione certo figlia dell’emergenza, ma anche di preconcetti tanto sedimentati quanto errati e soluzioni che non sono soluzioni. Quindi, sì, Piazza Grande che, per quanto bella, vorremmo non vedere più. Ricordandola come una pagina storica per i lavoratori del gioco, una volta rialzate serrande e aperte le porte, tra un caffè e una pacca sulla spalla. Così come eravamo abituati a fare.
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